lunes, 29 de diciembre de 2008

CAFÉ LITERARIO LUZ Y LUNA, JORNADAS 29/11 , 27/12, LUCIANNA ARGENTINO, ROMA, ITALIA

Muchas gracias a te William! Allego nota biobibliografica. Sono molto contenta di poter essere con voi attraverso la poesia.
Lucianna Argentino nació en Roma. Desde los años noventa su amor por la poesía - vivida como camino humano, espiritual y como lingüístico - la hizo dedicarse activamente a ella organizando reseñas, lecturas públicas, presentaciones de libros y contribuyendo en varias revistas del sector. Colabora con la revista "Qui - appunti dal presente". Está presente en varios blogs de poesía, como "lapoesiaelospirito", "Imperfetta Ellisse", "liberinversi", "oboesommerso" y en la redacción del blog "Viadellebelledonne". Es coautora con Vincenzo Morra del libro "Alessio Niceforo, el poeta de la bondad" (Viemme Editore, 1990). Ha publicado los siguientes libros de poesía: "Los frenos del tiempo" (ed. Totem, 1991); "Biografía a margen" (Fermenti Editrice, 1994) prefación de Dario Bellezza y dibujos de Francesco Paolo Delle Noci; "Mutamento" (Fermenti Editrice, coleción "Il tempo ansante" dirigida por Plinio Perilli, 1999), prefación de Mariella Bettarini; "Hacia Penuel" (Edizioni dell'Oleandro, 2003), prefación de Dante Maffia (Premio Mujer Poesía 2006); "Diario inverso" (Manni Editori, 2006), prefación de Marco Guzzi.





LUCIANNA ARGENTINO
DIARIO INVERSO

Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva “abbassa la voce”
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.

“Cambia tono” diceva a lei lui che non capiva,
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell’estate improvvisa, dall’assalto dell’inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono, senza implorare altro,
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.


Compiuto è l’anno, invertita la rotta
ed è risacca che spagina il tempo
è cura di un dolore contento
è linimento tardivo di un ritroso navigare
è scoramento dell’onda che torna in alto mare.


S’accende di luce nepente il genetliaco
benedetto da Sant’Anna:
giorno di luce recisa, di grazia restia
giorno umile e teso immagina
la luce di un giorno senza morte.

Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
- oscurata la luce, sospesa la grazia -
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.


Vedo la nuca del suo allontanarsi in un luogo
dietro me e la sua clavicola serrare il ritorno:
io concepita madre
lui da un’ottusa coerenza respinto
nella mia innocenza.




A Damiano

Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l’attimo del “sia la luce”
nell’aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall’acqua all’aria e il pianto inconsolabile dello strappo
- dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.
A Damiano




Sotto la lingua di muschio della notte
l’intimità del mattino è un abbraccio
senza il calore delle braccia
eppure tintinna e porta un tempo nuovo
a ciò che manda avanti il mondo
e al nonostante che ci fa belli.


Nessuno può negarmi la pace
e nulla può darmela
posso solo raccoglierla
all’imbrunire del canto
quando l’oscurità manda in frantumi la luce
la stanchezza mi rende roca la voce…

Stanotte è tutto così intimorito ed esitante
che è l’anima a chiedersi se il corpo le sopravvivrà
in questo avvenire senza presente.

Si somigliano il silenzio e il tempo
la domenica mattina quando i gerani stanno
pazienti contro il luccichio dei vetri
dove il senso dell’umano ristagna
e il concistoro di suoni e rumori
diviene un’unica voce…
non molto di più mi è dato di vedere
e udire da questo esiguo spazio da cui, tuttavia,
una verità senza orme circoscrive l’immenso.

È creatura di un’aria che arriva senza rima
la paura e chiede che lei le disegni
una casa con una finestra aperta e una chiusa
col tetto con un comignolo fumante e una porta
da cui si possa solo entrare.




Una radice breve è quanto ci ha uniti
e poi divisi - un seme gettato tra i rovi
un frutto senza infanzia.

Avrei voluto una bugia o una verità inventata
che desse pace e un volto accessibile a quanto si negava
ribelle nelle sue parole senza cielo né sguardo.
Parole dette col fiato sospeso su una verità
vegliata da un dio vile - un dio da cui non avere nulla
da temere e nulla da sperare.


Col tempo questo dolore sarà la misura
della mia pazienza, sarà la voce dentro
che tiene vigile lo sguardo, sarà la speranza
che ripara il destino forzato dalla mia testarda fede,
sarà la veglia al rimpianto – da tenere vivo – perché
triste è pure non avere nulla da rimpiangere.



Trasalgo a Dio bestemmiato su una panchina
con la vernice bianca e sento il raccapriccio del legno
vedo l’immobilità attonita delle altalene
metronomi dell’infanzia
che è lode al cielo e alla terra
è carezza al tempo perché se ne stia buono
a godersi una zuffa di passeri e piccioni
e lasci ai pony, giro dopo giro, la misura del sacro.


S’avvia in briciole il cercarmi dentro una poesia
in redenzione di tutte le offese del mondo
o solo un luogo di me stessa dove si ristori la fatica
di vivere molteplici esistenze, dove redimere
una vita spezzettata in piccoli orizzonti
mentre la volevo lungimirante e ammirevole
la vedo simile ad una pozzanghera in cui si riflette il cielo
col suo passaggio di nuvole e di ali
ma più cielo del cielo quando nella sua acqua
degli uccelli vengono a dissetarsi.



Fermarci, cercare la giusta distanza
tra noi e le cose da fare
e quelle che ci fanno e ci disfano
quelle che confondono le nostre fisionomie
di cartone rosicchiato dai topi,
ma ora c’è l’incipiente autunno
a scucire il cielo e le sue fibre mistiche
per rammendare il nostro tempo di passaggio
da una sponda all’altra dell’esistenza.


Mi manca la poesia
nel giorno sceso in cenere
a forzare la veglia laica
la veglia stanca e irragionevole
al dio liquefatto nell’inchiostro
fatto preghiera di cose andate
o perse ma per poco
e presto ritornate a nuovo uso
come la pioggia o la parola
accolta in limine
all’avvenimento che la dice.

DIARIO INVERSO

Ella sabía del silencio que llegaría después
por esto le pedía que “bajara la voz”
pensaba que si las palabras se volvieran
parecidas al silencio su ausencia hubiera sido
más leve, como un bisbiseo detrás de una puerta cerrada
o el moverse de alguien oído en la habitación de al lado.

“Cambia de tono” le decía él que no entendía,
y confundido iba más despacio, buscaba un amparo
de ese verano repentino, del asalto de lo inesperado.
Pero fue en esa luz desteñida donde empezó a sentir
que las cosas a veces implotan, sin implorar nada más,
y vuelven en sí mismas estando afines al silencio.
Así cedió y bajó la voz tanto que se calló.

Cumplido es el año, invertida la ruta
y ya es resaca que descompagina el tiempo
es cuidado de un dolor contento
es linimento tardío de un recatado navegar
es desaliento de la ola que vuelve en alta mar.

Se enciende de luz nepente el genetlíaco
bendito por Santa Ana:
día de luz tajante, de gracia reticente
día humilde y tenso que imagina
la luz de un día sin muerte.

Mimetizada entre las cuatro sílabas de mi nombre
- obscurecida la luz, suspendida la gracia -
intento una valerosa defensa de su mirada maniquea
y me imito a mí misma, pero sin ironía
más bien como un insecto que imita a una hoja.

Veo la nuca de su alejarse en un lugar
detrás de mí y su clavícula cerrar el retorno:
yo concebida madre
él desde una obtusa coherencia rechazado
en mi inocencia.

A Damiano


Llega el esplendor del primer día
después de la oscuridad cerrada en el grito
de toda mi vida reunida allí para acogerte.
Llega el instante del “sea la luz”
en el abrirse de tus ojos
al dilatarse los pulmones en el pasaje
del agua al aire y el llanto inconsolable del desgarro
después de millones de años mal preparados aún frente al nacer
así como al morir.

Bajo la lengua de musgo de la noche
la intimidad de la mañana es un abrazo
sin el calor de los brazos
sin embargo tintinea y lleva un tiempo nuevo
a lo que hace avanzar al mundo
y a ese aunque que nos hace bellos.

Nadie puede negarme la paz
y nada puede dármela
sólo puedo recogerla
al anochecer del canto
cuando la oscuridad hace añicos la luz
y el cansancio me deja ronca la voz.

Esta noche todo está tan atemorizado y titubeante
que es el alma quien se pregunta si el cuerpo le sobrevivirá
en este porvenir sin presente.

Se parecen el silencio y el tiempo
el domingo de mañana cuando los geranios se quedan
pacientes contra el brillo de los cristales
donde el sentido de lo humano se estanca
y el consistorio de sonidos y ruidos
se convierte en una única voz…
No mucho más me es dado ver
y oír desde este exiguo espacio desde el cual, no obstante,
una verdad sin huellas circunscribe la inmensidad.
Es criatura de un aire que llega sin rima
el miedo y pide que ella le dibuje
una casa con una ventana abierta y una cerrada,
con techo de chimenea humeante y una puerta
desde la cual se pueda sólo entrar.
Una raíz breve es lo que nos ha unido
y luego dividido - semilla tirada entre las zarzas
fruto sin infancia.
Hubiera querido una mentira o una verdad inventada
que diera paz y un rostro accesible a cuanto se negaba
rebelde en sus palabras sin cielo ni mirada.
Palabras dichas con el aliento suspendido sobre una verdad
velada por un dios vil - un dios del cual no tener nada
que temer y nada que esperar.

Con el tiempo este dolor será la medida
de mi paciencia, será la voz adentro
que mantiene atenta la mirada, será la esperanza
que ampara el destino forzado por mi terca fe
será la vela a la añoranza – por mantener viva – porque
triste es también no tener nada que añorar.

Sobresalto a Dios blasfemado en un banco
de barniz blanco y siento el escalofrío de la madera
veo la inmovilidad atónita de los columpios
metrónomos de la infancia
que es alabanza al cielo y a la tierra
es caricia al tiempo porque se quede tranquilo
gozando de una escaramuza de gorriones y pichones
y deje a los pony, giro después de giro, la medida del sacro.

Empieza en migajas el buscarme dentro una poesía
en redención de todas las ofensas del mundo
o sólo un lugar de mí misma donde se reponga el cansancio
de vivir múltiplas existencias, donde redimir
una vida partida en pequeños horizontes
aunque la quería lúcida y admirable
la veo parecida a un charco en el cual se refleja el cielo
con su pasaje de nubes y de alas
pero más cielo del cielo cuando en su agua
algunos pájaros van a saciar su sed.

Pararnos, buscar la justa distancia
entre nosotros y las cosas que hacer
y las que nos hacen y nos deshacen
las que confunden nuestras fisionomías
de cartón mordisqueado por las ratas
mas ahora el incipiente otoño es quien
descose el cielo y sus fibras místicas
para remendar nuestro tiempo de paso
desde una orilla a otra de la existencia.

Me falta la poesía
en el día vuelto en ceniza
a forzar la vela laica
la vela cansada e irrazonable
al dios disuelto en tinta
hecho plegaria de las cosas idas
o perdidas pero por poco
y pronto vueltas a nuevo uso
como la lluvia o la palabra
acogida en el limen
al acaecimiento que la dice.

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